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Il colesterolo non bussava.
Entrava direttamente,
come fanno gli ospiti
che si sentono di casa
nei corpi altrui.
“Sei di nuovo alto,”
disse il medico.
E lui annuì,
come se non fosse
del tutto coinvolto
nella faccenda.
Da qualche tempo però
aveva iniziato a parlarci.
Non al medico.
Al colesterolo.
“Dimmi la verità,”
gli chiese una sera,
seduto sul bordo del letto,
“ti sei trasferito qui per caso?”
Silenzio viscoso nelle arterie.
Poi una voce,
non proprio voce,
più un fruscio interno:
“Non è un trasferimento.
È convivenza.”
Lui sospirò.
“Potresti essere meno invadente?”
“Tu potresti essere meno fritto.”
Aveva un certo carattere,
il colesterolo.
Si manifestava
nei momenti peggiori:
dopo una cena di famiglia,
durante le promesse di dieta,
nelle domeniche pomeriggio
troppo calme.
A volte lo sentiva ridere.
Una risata grassa,
senza suono
ma con conseguenze.
Il medico gli aveva dato una lista:
cibi vietati,
abitudini da rivedere,
illusioni da ridurre
gradualmente.
Ma il colesterolo
aveva già letto tutto.
“Non ti libererai di me,” diceva.
“Non sono un errore.
Sono il tuo archivio gastronomico.”
Una sera, lui provò a ignorarlo.
Uscì a camminare,
come se il movimento
potesse negoziare
con la biologia.
“Sto andando via,” disse.
“Vai pure,”
rispose il colesterolo.
“Ti seguo con calma.”
E infatti lo seguiva.
Non dietro. Dentro.
Ogni passo
era una trattativa aperta
tra piacere e rischio.
A un certo punto,
si fermò sotto un lampione.
“Che cosa vuoi da me?”
Il colesterolo tacque
per qualche secondo.
Poi rispose:
“Voglio solo ricordarti
che non sei fatto solo
di buone intenzioni.”
Lui sorrise, stanco.
“E io pensavo fossi solo
un problema medico.”
“Questo è quello che ti hanno detto.”
Rimasero in silenzio.
Poi il cuore fece un piccolo
colpo di tosse interno.
Non era paura.
Non era dolore.
Era una specie
di riconciliazione sgraziata
tra tutto ciò che aveva mangiato
e tutto ciò che aveva vissuto.
Da allora
continuarono a parlare spesso.
Non sempre d’accordo.
Ma almeno,
finalmente,
in dialogo.